a cura di

Katia Baraldi

opening 11_01 ore 18,30

dal 12_01 al 26_01  giovedì e sabato  15,00_19,00 e su appuntamento  This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.


La mostra vuole essere uno studio sull’ambiguità e l’eterogeneità del campo semantico del concetto di confine. Una lettura di un termine che, negli ultimi anni, è stato connotato negativamente  simboleggiando spesso una chiusura.
Le due artiste in mostra - Barbara Jane Matera, italoamericana e Gedske Ramløv, di origine danese - sono partite da una riflessione in comune che vede il concetto di confine come un costrutto dell’uomo e convenzione della società e hanno giocato sull’ambiguità di utilizzo del termine e con ironia hanno messo in luce le positività che la parola porta in sé. La riflessione si è ampliata e attraverso le differenti ricerche che rimandano ad approcci filosofici e sociologici le due artiste presentano in mostra disegni, video e un’installazione, opere che hanno le risorse di internet  come  trait d’union.

 

Gedske Ramløv presenta una serie di undici disegni, un’opera unica intitolata Terminator studies for a topography of twilight zones (painful/crossings).Il titolo Terminator deriva dal nome astronomico della linea crepuscolare che segna il transito dal giorno alla notte, una linea non definita in cui gli elementi della luce e del buio coesistono. L’ispirazione per questo lavoro viene da Eraclito. Il pensatore greco sostiene che il dinamismo della realtà si fondi sul conflitto degli opposti, che non possono sussistere gli uni senza gli altri. Il passaggio tra questi due opposti è appunto una linea d’ombra e gli stessi confini possono essere visti come elementi di contiguità o di separazione, mai fissi ma sempre in divenire.

L’artista danese ha deciso di lavorare su questa transizione, in particolare sugli attraversamenti che le persone da sempre nel corso della storia umana compiono in veste di profughi, migranti o di fuggitivi. Impressionata non solo dall’invisibilità che viene data a queste persone e attribuita agli spazi che attraversano, zone grigie a tutti gli effetti, sconosciute a chi non è direttamente coinvolto, Ramløv ha compiuto un lavoro di riconoscimento e identificazione di questi territori, selezionando tra i tanti solo quelli individuabili con precisione su Google Earth, strumento privilegiato per la localizzazione geografica negli spostamenti quotidiani.

Alcuni di questi transiti riportano al passato: la famosa Ellis Island, portatrice di speranza e di cambio di identità per chi aveva la fortuna di attraversarla o disillusione e tragedia per chi non superava i criteri di salute o era indesiderato; i tanti passaggi del Muro di Berlino; il percorso di fuga di ebrei danesi in Svezia durante la seconda guerra mondiale; la Grand Trunk Road, la strada per scappare in India dal Pakistan musulmano. Altri al presente: il dramma dei Rohingya in Myanmar, il superamento del confine fra Messico e Stati Uniti. Di altri il ricordo si è perso: il trasferimento forzato dell’intera popolazione dell’antico insediamento di Thule in Groenlandia per fare posto a una base americana; l’attacco subito da un gruppo di rifugiati tibetani con l’uccisione di una donna e il ferimento di molti altri da parte di soldati cinesi al passo di Nangpa ai confini fra Tibet (Cina) e Nepal il 30 Settembre 2006, l’attesa di migliaia di rifugiati burundesi radunati sulle rive del lago Tanganica nel villaggio di Kagunga in Tanzania occidentale, il 18 maggio 2015. Altri ancora sono vicini a noi, come la rotta di chi affronta il deserto della Libia per raggiungere l’Europa e successivamente l’Eurotunnel sotto la Manica, o il fiume Suva Reka, tra Grecia e Macedonia.

Ramløv ha mantenuto l’appiattimento delle immagini satellitari determinato dagli algoritmi del programma digitale e che causa un senso di straniamento durante l’osservazione delle foto. Ha  considerato gli opposti luce/buio e messo in risalto le ombre presenti nelle immagini, trasmettendo la sospensione, anche psicologica, che questi spazi portano in sé. La serie di disegni, creati con la tecnica del carboncino a matita su carta, va a comporre una lunga linea di fuga che mai potrà interrompersi. L’artista ha deciso di inserire in mostra nello spazio più interno della galleria un disegno di dimensioni più piccole rappresentante la Cacciata dei progenitori dall’Eden di Masaccio, l’unico in cui è presente la figura umana, vera e propria chiave di lettura dell’opera.

 

L’italo-americana Matera presenta invece un’opera composta da video e installazione dal titolo Open your Borders!, un’opera che con grande ironia risponde a quei governi che in varie parti del mondo stanno ripristinando barriere sui loro confini anche attraverso la costruzione di nuovi muri.

Nell’ironico video che compone l’opera l’artista fa anch’essa uso delle risorse di internet riprendendo e assemblando i noti discorsi sulla costruzione del muro tra Messico e Stati Uniti che Donald Trump tenne prima e dopo la sua elezione a Presidente e che lo favorirono a questo fine. Populismo, visione conservativa dello Stato -significativa è la sua affermazione “si ha uno stato se si ha un confine”- e politiche di stampo protezionistico rispondono con soluzioni semplicistiche alle sfide poste dalla globalizzazione. Con l’installazione l’artista propone una personale risposta a queste posizioni, appropriandosi dei materiali con cui si ergono i muri sui confini degli stati. Usando il filo spinato, terribile materiale, eppur elegante nella sua lucentezza, per tracciare una linea, e mattoni e cemento come colori, Matera riproduce in grande il segno dell’Enso, tratto dal buddismo zen giapponese. L’Enso è simbolo di creatività e di apertura mentale, usato dai pittori buddisti per aprirsi alla creazione artistica. Può essere ricondotto anche all’occidentale Lemniscata, il simbolo dell’infinito, dello scambio continuo. Il gesto libero dell’artista in opposizione alla chiusura fisica ma anche mentale dei vari Trump del mondo. A chiosa si può commentare citando Sandro Mezzadra che sostiene che “i confini sono fabbricatori di mondi”. Per l’artista questi mondi devono essere aperti.

  

 

Barbara Jane Matera (Bologna, 1971)  e’ un’artista visiva italo-americana che vive e lavora tra Bologna e gli Stati Uniti. Ha studiato sociologia all’Università degli Studi di Bologna e arti visive all’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua ricerca consiste nell’analisi di tematiche legate ai fenomeni interpersonali ed interculturali lavorando con l’installazione, la performance ed il video. Ha partecipato a numerosi progetti artistici tra cui un progetto realizzato tra Nervesa della Battaglia (Treviso) ed il Libano curato da Front of Art (2016) e Cuore di Pietra curato da Mili Romano. Nel 2011 si sposta a Parigi per una residenza allo Studio Orta, adiacente la Galleria Continua, degli artisti Lucy e Jorge Orta e nel 2014 vince l’edizione di OPEN al Festival di Pergine con la performance Ritmo Collettivo (in collaborazione con l’artista visiva Tiziana Abretti). I suoi lavori fanno parte di varie collezioni private.

 

Gedske Ramløv (Copenaghen) vive e lavora tra Urbino e Bologna. Stimolata dall’interesse verso i modi dell’uomo di vivere la Terra che scaturiscono dallo scambio con l’ambiente naturale, la sua ricerca si concentra intorno alle manifestazioni delle ideologie, in particolare sulla loro interazione con la natura determinando l’organizzazione del paesaggio e l’espressione delle strutture architettoniche. Ha studiato pittura per 5 anni presso gli studi di Karen Højgaard; studi di disegno a Ny Carlsberg Glyptotekt, Copenaghen. Ha seguito lezioni di filosofia all'Università degli Studi di Urbino. Assistente per Pier Paolo Calzolari, 2007-2009.  Recentemente (2016) ha esposto ad Atelierhaus Salzamt a Linz in Austria in seguito a una lunga residenza, e terminato un ampio progetto sulla laguna di Venezia. Sta lavorando su un progetto a lungo termine sulla Repubblica di San Marino promosso da Little Constellations 

 

Katia Baraldi è curatrice d'arte indipendente dal 2007, con una formazione storico-sociale. Il suo lavoro indaga in particolare le relazioni esistenti tra le pratiche artistiche e le dinamiche di sviluppo e trasformazione della società occidentale. Tra gli eventi curati: “Confluenze” (2016) progetto tra Libano e Italia, “Public space=A place for Action”, Libano/Italia/ Rep.Ceca (2014-2015),  "Front of Art. Esperienze di arte pubblica. Il paesaggio e la comunità", Nervesa della Battaglia (TV),  il progetto collettivo "Flaktowers", per il progetto d'artista Bateaurouge, di Alejandra Ballon, Usine Kluger, Ginevra / Vienna e  "Transition. A private matter", Roaming, Praga. E' co-fondatrice dell'associazione culturale internazionale "Front of Art”.